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La linfa vitale delle comunità alpine

Investimento per giovani: il progetto cooperativo «Fuoco» rivitalizza gli alpeggi dismessi. (c) Elisa Buguloni

Valorizzazione delle malghe, fermenti lattici antichi o un'accademia in una stazione ferroviaria: l'impegno nella gestione dei beni comuni e commons riempie di vita luoghi creduti perduti.

L’economia delle Alpi, ovvero quel insieme di attività che garantisce la sussistenza e il benessere, include una tradizione multicentenaria di gestione collettiva di beni e risorse. Di fatto nelle Alpi ancora oggi esistono istituzioni di proprietà collettive, leggi di uso civico e pratiche culturali che tramandano e tutelano questa gestione collettiva. Ogni territorio alpino ha i propri beni comuni e commons, intesi come sistema sociale ed economico che si crea attorno ai beni comuni. Ecco tre esempi del Trentino per raccontare come al giorno d’oggi le pratiche di cura dei beni comuni sono linfa vitale per la buona vita nelle Alpi.

Valorizzare le malghe

Nelle Giudicarie Esteriori, le vallate a nordovest del Lago di Garda, la cooperativa di comunità «Fuoco» sta cercando di innovare l’utilizzo di malghe di uso civico cadute in disuso per dare vita a un progetto di sviluppo turistico cooperativo in valle. La cooperativa si vede come un investimento per i giovani che amano i luoghi in cui sono cresciuti: attraverso la valorizzazione delle malghe vuole creare un’economia sul luogo per evitare che i giovani debbano andare altrove per guadagnarsi da vivere. Per fare questo, Fuoco è in dialogo con le Asuc locali (Amministrazioni Separate dei Beni di Uso Civico), istituzioni tradizionali che svolgono un ruolo molto importante di tutela e gestione collettiva delle risorse del territorio. Ultimamente le Asuc incontrano non poche difficoltà, perché spesso hanno membri anziani, regole rigide e localistiche di partecipazione e sono sottoposte a un’enorme burocrazia. Questo fa sì che spesso faticano a cogliere in maniera propositiva i mutamenti della società contemporanea. Attraverso il progetto «Fuochi nelle malghe», la cooperativa mira a fare rete tra le tante Asuc, per innovare la gestione delle malghe come beni collettivi.

Conservare i batteri

Rimanendo sempre nel mondo delle malghe, Roberta Raffaetà sta analizzando un altro bene comune fondamentale per l’economia alpina: «la biodiversità microbica rende i formaggi di ogni malga unici e diversi da tutti gli altri», spiega l’antropologa. Nel dopoguerra si è verificato un vero e proprio processo di abbandono delle malghe e molte conoscenze, pratiche e colture di batteri sono andate perdute. Queste, negli ultimi anni, sono state recuperate ma al tempo stesso reinventate da alcune organizzazioni, enti di ricerca e giovani, nel tentativo di valorizzare la loro importanza culturale ed economica. Le metodologie di produzione e le pratiche economiche messe in campo sono molteplici, quindi vanno discusse in maniera democratica in modo da conciliare diversi punti di vista e per tutelare il patrimonio collettivo microbico che si esprime nelle esperienze gustative del formaggio, capaci di collegare i microbi lattici al paesaggio naturale e culturale.

Far rete

Spostandoci in città troviamo invece la costituzione di un commons nuovo. A Rovereto, in uno spazio recuperato nella stazione dei treni, sta crescendo un’accademia di comunità che ha l’obbiettivo di moltiplicare le capacità, i saperi e le relazioni necessari per rendere la vita in valle solidale, ecologica e resiliente. L’accademia si è data il nome «La Foresta», perché si vede come un ecosistema dove creare nuove sinergie e economie tra attori diversi: associazioni culturali, attori del mondo dei servizi sociali, l’amministrazione comunale, ma anche imprenditori e proprietari di infrastrutture abbandonate, ad esempio Ferrovie dello Stato.

La codecisione rafforza la resilienza

Cosa possiamo imparare da queste tre esperienze? Per contribuire alla vitalità delle Alpi, i commons, come sistemi sociali, devono essere inclusivi e aperti al dialogo col mondo che cambia. Donne, giovani e nuovi abitanti, spesso esclusi dalla gestione dei beni comuni alpini tradizionali, devono poter partecipare al processo di presa di decisione. Le loro idee e i loro punti di vista sono fonte di rinnovamento e rivitalizzazione attorno a progettualità concrete. Allo stesso tempo vanno tutelati da tendenze che vogliono omologare e ridurre i processi di cogestione al solo criterio dell’efficienza, perché è proprio il tempo, l’incontro e le relazioni che danno forma alla comunità attorno alla cura di un bene, che quindi diventa comune e contribuisce allo sviluppo della resilienza socio-economica locale. Se una volta i beni comuni o le almende nelle Alpi, come boschi, alpeggi e malghe, servivano per sostenere la vita dura in questo territorio fragile, oggi essi tutelano la biodiversità, una cultura identitaria situata ma aperta e mantengono vivo il collegamento al territorio. Con questa tutela contribuiscono anche sensibilmente al sostentamento della comunità, perché integrano forme diversificate di economia e hanno al proprio centro la conciliazione tra il benessere delle persone e della natura.

 

Fonte e ulteriori informazioni: www.cipra.org/alpinscena