Rappresentanze della CIPRA

Strumenti personali

  Filtro di ricerca  

Notizie

A colloquio con Franz Josef Radermacher «...e alla fine ci facciamo pure prendere dal panico»

un esperto di globalizzazione lungimirante

Franz Josef Radermacher, quasi 60enne, ambito esperto di processi di globalizzazione, innovazione, effetti della tecnologia, mobilità ecologica, sviluppo sostenibile e sovrapopolazione, ha raggiunto la notorietà internazionale attraverso i suoi interventi a favore di un’economia di mercato ecosociale e il suo impegno nella «Global Marshall Plan Initiative» che dal 2003 si adopera per una globalizzazione più giusta e per un mondo in equilibrio. Dal 1987 alla fine del 2004, Radermacher ha diretto il Forschungsinstitut für anwendungsorientierte Wissensverarbeitung (FAW – istituto di ricerca per la diffusione dei saperi orientata all’applicazione) e dal 2005 l’istituto FAW/n che gli è succeduto a Ulm/D, dove è anche docente universitario di banche dati e intelligenze artificiali. Dal 2002, Radermacher è inoltre membro del Club di Roma. © Barbara Wülser - CIPRA International

Intorno al 2050 dieci miliardi di persone popoleranno la terra – e le risorse saranno sempre meno. Nemmeno le Alpi saranno risparmiate dagli sconvolgimenti globali. Per superare le sfide del futuro, secondo Franz Josef Radermacher, è necessaria una politica organizzativa a livello mondiale e orientata al futuro.
Sig. Radermacher, lei è ottimista?
Sono un pessimista ottimista.

Vuol dire che si sforza di restare ottimista?
… in un contesto non facile.

La sua visione delle cose è cambiata nel corso degli anni?
Negli ultimi 30 anni, la mia visione della situazione e delle relazioni è rimasta relativamente invariata. Si è fatto molto, ma più nel senso di un'estremizzazione, come su una cresta alpina. Non siamo caduti né a destra né a sinistra, ma abbiamo continuato a muoverci verso la fine della cresta. Finora ci siamo destreggiati tra il positivo e il negativo che per ora tengono in equilibrio la bilancia. Prima o poi dovremo però deciderci sulla direzione da prendere.

Nello studio "I limiti dello sviluppo" del Club di Roma, Dennis Meadows sosteneva nel 1972 la necessità di modificare i presupposti della crescita, altrimenti entro il 2010 si sarebbe giunti al collasso. Da allora il divario sociale si è allargato, lo sfruttamento delle risorse è aumentato, le risorse alimentari vengono meno, le energie fossili tra pochi decenni saranno esaurite. A che serve prospettare scenari, se tutto va avanti sempre allo stesso modo?
Meadows insieme al Club di Roma ha contribuito molto a far sì che si diffondessero un pensiero nuovo e un certo sganciamento dell'economia da un consumo energetico sempre più elevato. Oggi c'è il tema della sostenibilità, ci sono persone che si adoperano per raggiungere una maggiore produttività delle risorse, persone che lottano per una governance globale migliore (vedi riquadro a pag. 15 in basso) e tutto questo non ci sarebbe mai stato in questa forma, se lui non avesse dato inizio a questa riflessione. Con la crisi finanziaria mondiale siamo venuti a conoscenza di problemi che la maggior parte di noi non aveva visto prima. Dennis Meadows direbbe: dal punto di vista delle risorse, la situazione è peggiorata, ma sotto l'aspetto della governance, con lo scioglimento dell'Unione Sovietica e oggi con la costituzione del G-20, il gruppo dei maggiori paesi industrializzati ed emergenti, è migliorata. Quindi tutto rimane ancora sospeso in una sorta di equilibrio. Ma è una condizione questa che non possiamo mantenere a oltranza.

Non ci sarà equità a livello mondiale, senza qualche rinuncia da parte nostra, nel mondo ricco. Come si ottiene sul piano politico questo risultato?
Non condivido pienamente questa tesi portata a questi estremi. Ritengo che, se agiamo in maniera intelligente, possiamo contare su altre opportunità. Il mondo ricco, attraverso corrette modalità di finanziamento trasversale e la giusta forma di governance, può collaborare con il mondo oggi povero ad attuare processi estremamente interessanti di innovazione tecnica e sociale in una maniera che consenta a noi di mantenere il nostro stile di vita e agli altri di recuperare. Non si tratterà certo dello stesso standard di vita materiale che abbiamo oggi, bensì di un'altra forma di benessere almeno equivalente, introdotta da nuove tecnologie e nuove regole.

Meadows sostiene anche che occorrono un controllo demografico, una riduzione delle emissioni nocive e un contenimento dei consumi. Lei cosa ne pensa?
Andiamo con ordine. Primo: necessità di un controllo demografico. Direi che, se agiamo in modo corretto, otterremo un mondo ricco ed equilibrato nel quale le donne avranno gli stessi diritti degli uomini. Secondo tutte le esperienze storiche, solo questo fatto abbasserà il tasso di riproduzione sotto le due unità e la popolazione si ridurrà automaticamente. In Europa lo sperimentiamo già oggi e, benché non lo definirei proprio controllo delle nascite, sicuramente funziona.

Secondo: riduzione delle emissioni nocive.
Assolutamente. Una soluzione ragionevole per dieci miliardi di persone che vogliono vivere in maniera agiata deve limitare brutalmente l'utilizzo delle risorse e la produzione di sostanze nocive. Questo si mette in pratica con la Global Governance. Non ci sono scappatoie.

Il nostro benessere si fonda però in gran parte sullo spreco di risorse. E così arriviamo al terzo punto: è necessario un contenimento dei consumi.
Qui sta l'errore di fondo di ciò che si pensa solitamente. Bisogna abbandonare l'idea che si possa avere di più solo a prezzo di un corrispondente aumento del consumo di risorse. Si può addirittura ottenere di più se consumiamo meno risorse e se a questo scopo mettiamo in moto i processi innovativi giusti. Nel passato è sempre stato così.

Chi è che parla ora, l'esperto o il pessimista ottimista che spera?
Innanzitutto, da esperto affronto domande di questo tipo in modo analitico, giungendo alla conclusione che ci occorre un'ecoefficienza nettamente superiore. Sono relativamente sicuro che non falliremo sulle questioni tecniche, se sappiamo qual è il nostro obiettivo e se impegniamo il denaro nei giusti e necessari processi d'innovazione.
Una delle maggiori difficoltà incontrate sul mercato finanziario negli ultimi 15 anni consiste nel fatto che per prodotti finanziari assurdi si offrivano rendimenti così elevati che non si investiva più nelle innovazioni tecniche veramente fondamentali. Abbiamo di fatto perso due decenni. Uno dei vantaggi della crisi attuale è che non si guadagna più tanto facilmente e quindi si investirà di nuovo e di più in innovazioni radicali.

Per il futuro lei prospetta tre scenari: il collasso, la brasilianizzazione e l'equilibrio (vedi riquadro in alto). La crisi accelera lo sviluppo?
È un'impresa funambolica. Non possiamo mantenere questa situazione in sospeso ancora a lungo. Qui ha ragione Meadows: abbiamo perso tempo. Ma ne abbiamo ancora. Trent'anni fa, sarebbe stato certo più facile rispetto a oggi e oggi è più semplice che nei prossimi trent'anni. Prima o poi giungeremo a un punto, in cui non sarà più possibile uscirne comodamente.

Il 50% di probabilità è una stima piuttosto alta per lo scenario della brasilianizzazione. Che cosa significa questo per le Alpi?
Innanzitutto ci sono alcune zone delle Alpi, in cui esistono condizioni tendenzialmente più povere e non c'è tanto benessere. Ci sono vaste aree colpite dal fenomeno dell'emigrazione, in cui la gente si impoverisce. Ma ecco il rovescio della medaglia: chi vive in un territorio naturale di questo tipo ha spesso la possibilità di reperire del legno, ha accesso a una propria fonte d'acqua, può produrre energia, ecc. Come si suol dire, i mugnai son gli ultimi a morir di fame. Per le regioni urbanizzate delle Alpi invece, la situazione si evolverà in maniera poco diversa dalle altre regioni d'Europa.

Ciò significa tornare indietro di 60-80 anni?
Anche di più. Dobbiamo imparare a cavarcela con molto meno. Tuttavia, alla fine, la situazione di chi vive nelle aree rurali delle Alpi non peggiora quanto quella degli abitanti delle grandi città, poiché i primi sono più vicini alla produzione originale. Dal punto di vista ecologico, invece, per le Alpi si tratta di un messaggio positivo. In una situazione di crescente povertà, le aree naturali sono meglio protette. Questo è l'aspetto tragico per noi uomini, perché alla fine capiamo che il problema siamo noi stessi e il nostro benessere. In questo senso, l'attuale crisi economica fa bene all'ambiente: ogni crisi economica riduce drasticamente le emissioni di CO2.

Se si arriva al collasso, cosa succederà nelle Alpi e in Europa?
Il collasso ecologico è il problema peggiore che ci possiamo trovare di fronte. Può significare che in tempi piuttosto brevi da uno a due miliardi di persone possono morire di fame. L'Europa fa parte di quel mondo che, anche in una situazione di collasso, può rifornirsi meglio.
La questione però è come saranno i rapporti di forza. L'Europa è organizzata in maniera da alimentare la sua popolazione, prima di vendere i prodotti in Asia? Oppure siamo strutturati in maniera che un'élite rifornisce altre élite asiatiche con alimenti prodotti in Europa, a discapito della popolazione che vive qui?

La domanda allora è: qui o altrove la gente morirà di fame?
Il punto è il seguente: qui non ci sono né uno né due miliardi di persone; in tutta Europa ce ne sono solo 500 milioni. Questo significa che la gente muore di fame prevalentemente altrove. Tuttavia, sparirà ogni plusvalore superiore a una semplice nutrizione vegetariana. Insomma, basta bistecca!
Considerando che, fatta eccezione per un'élite, in Europa non ci saranno bistecche, può immaginare cosa questo comporti per le Alpi. I bracconieri si accaparreranno magari un pezzo di carne, ma non ufficialmente.

Quali alternative abbiamo a questi cupi scenari?
Possiamo marciare ad occhi aperti verso il collasso. Possiamo tirare il freno a mano poco prima del collasso e abbiamo la brasilianizzazione. Oppure, possiamo dimostrarci intelligenti sin da oggi e concordare a livello mondiale una governance ragionevole che generi il corretto progresso tecnico e renda ampiamente disponibili su tutta la terra i vantaggi che ne deriveranno. Questo ci permetterà, nel corso di 50 o 60 anni, di trasformare la società industriale in direzione della sostenibilità, estendendola a tutto il pianeta. Si creerà quindi un mondo equilibrato, un mondo con un'economia di mercato regolata dal punto di vista socio-ecologico, in cui potranno vivere dieci miliardi di persone a livelli di benessere elevati e in cui intorno al 2050 la popolazione inizierà a calare.

Adesso però siamo ancora qui, ad avvitare le nostre lampadine a basso consumo e a fare beneficenza - siamo impotenti?
Siamo impotenti, eppure agiamo. Siamo impotenti già solo per il fatto che ognuno di noi è solo uno dei sette miliardi di uomini su questo pianeta.
Il problema lo conosce chiunque si trovi su un'autostrada intasata: la coda siamo noi. Noi, tutti insieme, siamo il problema. E oggi il nostro più grosso problema è che siamo sette miliardi sulla terra e non avremmo mai voluto arrivare a questo. E tra poco saremo dieci miliardi, cioè il 50% in più.

E ognuno di questi dieci miliardi vuole di più.
Soprattutto, ognuno di questi dieci miliardi vuole realizzare la propria vita, ognuno ha dei progetti. La maggior parte progetta di volere di più. Molti se la cavano ottimamente nel perseguire i propri progetti. E ognuno sa cosa succede se si giunge alle strette e la gente persegue i propri piani senza riguardo per gli altri.
Allora colpiscono a casaccio, scalciano, scoppia il panico, qualcuno resta a terra e viene calpestato. Nel panico non si risolve nulla. Questo è il nostro problema: siamo troppi, vogliamo troppo e alla fine ci facciamo pure prendere dal panico. Così acutizziamo il disastro. Che cosa dobbiamo fare invece? Finché abbiamo ancora un po' di respiro - e ce l'abbiamo - dobbiamo prendere le decisioni giuste.

Ciò significa quindi autolimitazione!
Significa autolimitarci nelle ambizioni, autolimitarci nell'idea che tutto debba sempre essere di più, soprattutto autolimitarci nella convinzione che si tratti sempre solo di noi stessi.
Avremo fatto già un enorme passo avanti, quando ognuno di noi accetterà che in giro ci sono altri sette miliardi con desideri e idee altrettanto legittime quanto le nostre e che le nostre possibilità devono ridursi per consentire l'interazione di sette miliardi di desideri.

La crisi ha esorcizzato anche la fine della crescita. Un mondo senza crescita è un'utopia?
In un'ottica economico-matematica, un mondo senza crescita non costituisce affatto un problema. Ci si augura però che sia un mondo ricco ed equilibrato. In un mondo, in cui vivono miliardi di persone povere, l'idea dell'assenza di crescita è un orrore. Se lei ripartisce su dieci miliardi di persone la creazione di valore che abbiamo oggi sulla terra, resta ben poco pro capite.

****************************************************************

Cosa ci attende nel 2050?
Franz Josef Radermacher nell' abbozzare i seguenti scenari fa conto che per il 2050 il mondo sarà abitato da dieci miliardi di persone:
- Il collasso - probabilità 15%
Il problema climatico e quello sociale sono irrisolti a livello mondiale. Da uno a due miliardi di persone muoiono di fame.
- La brasilianizzazione - probabilità 50% Il problema climatico è più o meno risolto, quello sociale, anche nel mondo oggi ricco, è orientato verso condizioni brasiliane, con un ceto elevato elitario e una grande massa di poveri.
- L'equilibrio - probabilità 35%
Il problema climatico è risolto, quello sociale altrettanto, grazie a un'adeguata Global Governance che conduce a un mondo agiato e socialmente equilibrato, con un'economia organizzata in modo sostenibile e un'ecoefficienza nettamente migliore di quella odierna.

*****************************************************************

Global Governance» anziché battibecchi nazionali

Secondo Franz Josef Radermacher, la democrazia è un concetto adatto ai piccoli spazi. Più è grande il contesto, più difficile è, a suo parere, prendere decisioni in modo democratico. Per far fronte alle sfide della globalizzazione, occorrerebbe invece una «Global Governance», cioè una politica organizzativa e strutturale orientata al futuro, poiché «la globalizzazione dell’economia senza globalizzazione della politica è un disastro.» Scopo di questa politica multilaterale è risolvere problemi globali sulla base del consenso tra organi nazionali e organizzazioni sovranazionali. Una Global Governance di questo tipo rientra nel concetto proposto dalla «Global Marshall Plan Initiative», un movimento internazionale a favore di un mondo in equilibrio, che riunisce le forze positive della politica, dell’economia, della scienza e della società civile.
www.globalmarshallplan.org (de/fr/en)