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Coinvolgete i giovani – giovani, partecipate!

«Ascoltare, per favore!»: i giovani non si aspettano di aver l’ultima parola, ma vorrebbero essere ascoltati. © Nikolaj Midasch/NAJU Baden-Württemberg

I giovani, se presi sul serio e coinvolti nei processi decisionali, sono il capitale per una democrazia viva. Questo non significa che debbano partecipare alle decisioni su tutto e in tutti i casi. Il grado di partecipazione dipende dal progetto e dagli obiettivi.
«Se non facciamo vedere ai giovani che vale la pena partecipare alla vita della comunità, presto non avremo più nessuno che mantiene in vita la nostra democrazia.» Queste parole di un politico locale dello Schleswig-Holstein/D sono sicuramente condivisibili da parte di chiunque considera tanto preoccupante il costante calo della partecipazione al voto, quanto la diminuzione delle persone attive politicamente nei Comuni e nelle città. Il coinvolgimento dei giovani pare pertanto una garanzia per le nostre forme democratiche di governo, di vita e della società.
Che cosa intendiamo quando parliamo di partecipazione? Che cosa succede in questo campo e perché? E chi è la gioventù che va coinvolta, e che cosa vuole? La partecipazione su tutte le questioni che riguardano i bambini e i giovani è un diritto umanitario. L’articolo 12 della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia conferisce a tutti i bambini il diritto di essere ascoltati. Questo vale sia per il bambino piccolo che per il teenager. Ma essere ascoltati non implica semplicemente udire, ma anche saper ascoltare e ­accettare il dialogo. Quando gli adulti hanno la possibilità di ascoltare i bambini? E quante volte avviene questo, se gli adulti sono dei politici la cui quotidianità è scandita dagli obblighi decisionali?

I conflitti sono normali
Gli adulti – e in questa sede si tratta soprattutto di chi opera nel campo della pianificazione e prende le decisioni – devono accertare gli interessi dei bambini e dei giovani. Un vero interesse nei confronti delle opinioni dei giovani non significa essere sempre d’accordo con loro.
Coinvolgere bambini e giovani è soprattutto un impegno di tipo politico e non pedagogico. Ciò significa che i giovani e gli adulti si incontrano come partner negoziali di pari rango, allo stesso livello, e non sotto forma di educatore e allievo. Tutto ciò implica la ­volontà di non progettare né decidere nulla per loro, ma possibilmente tutto con loro. Questo non mette necessariamente in discussione il potere decisionale delle rappresentanze elette, anzi la partecipazione può contribuire a rafforzare e legittimare il mandato delle ­rappresentanze popolari.
I diversi processi progettuali e decisionali prevedono diversi livelli di partecipazione, cui corrispondono metodi attuativi diversi. Parliamo di cinque livelli partecipativi: prendere parte, essere informati, essere interpellati, codecidere e infine decidere autonomamente. Un Comune o una città decide per conto proprio il livello da scegliere per i singoli processi. Quando si tratta di un parco giochi per bambini, sono ormai molti i Comuni – nei limiti dei fondi disponibili e delle norme di sicurezza in vigore - a lasciare che siano gli stessi bambini a decidere come questo debba configurarsi. Su altre questioni, ad esempio la progettazione del cortile della scuola, gli alunni hanno diritto di partecipare alla decisione, ma non sono i soli a decidere. Quando si tratta di progettare un centro commerciale o un quartiere, si chiede l’opinione a bambini e giovani in quanto utenti importanti, ma le decisioni vengono prese dagli organi ­comunali.
Raramente i giovani si aspettano di prendere la decisione finale su questioni riguardanti il livello comunale. Sono perfettamente consapevoli della responsabilità che tale scelta comporta. Per loro conta piuttosto essere ascoltati. Ma il potente non deve ricorrere al suo convenzionale armamentario del potere, ad esempio prendendo le decisioni in camera caritatis.

Anche il fallimento e' un'opzione!
L’aspetto più importante è che tutti si prendano sul serio. E come faccio a rendermi conto che il mio interlocutore mi prende veramente sul serio? Innanzitutto attraverso un vero confronto. Gli adulti possono e devono dire ai giovani, quali delle loro idee e convinzioni disapprovano.
I giovani hanno bisogno di spazi per la sperimentazione. Fare esperienza è la prerogativa dei bambini e dei giovani. E sperimentare qualcosa significa anche diritto all’insuccesso. Lo stesso diritto, purtroppo, non viene riconosciuto così frequentemente agli adulti.
Le esperienze particolarmente intense dei giovani sono quelle associate a scambi, possibilmente a livello sovraregionale o addirittura internazionale. Il progetto pilota European Participation Investigators (EPI), ad esempio, ha offerto a giovani specialisti nell’ambito della partecipazione e a politici comunali l’occasione di praticare scambi internazionali e di lavorare in rete. Oggi specialisti nell’ambito della partecipazione dello Schleswig-Holstein raggiungono il Vorarlberg e la Svizzera per imparare dalle esperienze acquisite sul posto. Esperti austriaci partecipano a congressi nel nord della Germania e si mettono in rete nel Bundesnetzwerk Jugendbeteiligung Deutschland (Rete nazionale per la partecipazione dei giovani). I giovani e i politici comunali, invece, non si sono messi in rete a livello europeo. Con ogni evidenza non bastava il tempo e l’energia per lo scambio sul tema della partecipazione giovanile. Ma è nata una consapevolezza dell’importanza del tema.
La partecipazione dei bambini e dei giovani richiede investimenti. C’è bisogno di personale specializzato adeguatamente addestrato, di moderatori, per la partecipazione dei bambini e dei giovani; e non solo per i singoli progetti, ma costantemente. L’esistenza di un parlamento di giovani non significa che tutto funzioni perfettamente. Proviamo ad immaginare i nostri consiglieri comunali e le nostre commissioni senza un’amministrazione che prepara la documentazione, invia gli inviti alle sedute, scrive i verbali, ecc. Non funzionerebbe più nulla. Proprio per questo, anche la partecipazione dei bambini e dei giovani deve essere accompagnata costantemente.

Partire dagli adulti
Il dialogo fra giovani e politica – ammesso che ci sia – è un campo pericoloso, che implica molte aspettative e molti pregiudizi: dal «questi dovrebbero assumersi delle responsabilità prima di mettere il becco», al «quelli lassù fanno comunque quel che vogliono; tanto non sanno che cosa significa essere giovani». La strada verso un dialogo leale è molto lunga.
I giovani sono esperti nelle proprie materie e possono di conseguenza qualificarsi per la partecipazione. Ma non sono esperti nelle tematiche dei decisori adulti. Anche in questo campo manca la qualificazione. Il Comune che inizia a coinvolgere i propri bambini e i propri giovani parte dagli adulti e dal loro atteggiamento nei confronti dei giovani e della partecipazione. Sviluppa un piano che chiarisce per quali decisioni e a che livello è auspicabile il coinvolgimento di bambini e giovani. A tal fine cerca misure idonee. ­Ricorre al sostegno dei professionisti e non dispera se le cose non funzionano fin da subito. E’ consapevole del fatto che tutto ciò ha un certo costo, ma sa anche che conduce a una grande identificazione dei giovani con il loro Comune e in definitiva anche con la democrazia. In questo modo i giovani imparano che vale la pena partecipare attivamente alla vita della collettività, e continueranno a farlo anche da adulti.

Carsten Roeder, trainer e moderatore per la partecipazione di bambini e giovani, Itzehoe /Schleswig-Holstein/D
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Origine: Alpinscena n. 97 (www.cipra.org/it/alpmedia/pubblicazioni/5017)
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