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«Dopo, il villaggio si presenta diverso»

Eva Grabherr (c) CIPRA International, Caroline Begle

Perché l'integrazione dei nuovi arrivati può riuscire anche in un villaggio e perché non mancano i conflitti. A colloquio con Eva Grabherr, che da quasi due decenni sviluppa strategie regionali di integrazione nel Vorarlberg/A.

Signora Grabherr, per l'opinione pubblica la migrazione è ormai quasi sempre associata ai profughi. Perché questa riduzione del termine?

In Germania, Austria e Svizzera, ed eventualmente in Italia, dopo gli eventi degli ultimi anni, è chiaro che il tema dei rifugiati è in primissimo piano. Per chi ha una memoria storica che risale a più di 20 anni fa, questo non è affatto vero. Il nostro progetto «okay.zusammen leben» non è nato per affrontare la questione dei profughi, ma per occuparsi dell'integrazione di coloro che vivono qui da parecchio tempo.

Nel Vorarlberg, così come in Svizzera e in Germania, in passato abbiamo avuto un forte afflusso di Gastarbeiter, e cioè di lavoratori stranieri. Si presumeva che questi lavoratori non sarebbero rimasti per sempre, per cui non furono presi i provvedimenti necessari. Attorno all'anno 2000, nei paesi di lingua tedesca vi fu un cambiamento di paradigma: ci si rese conto che molti di loro erano rimasti con le proprie famiglie e i figli. Ma lei ha perfettamente ragione, negli ultimi tre anni in Europa è forte la focalizzazione sulla migrazione dei profughi. Non sono certa che questo varrà anche per i prossimi cinque-dieci anni. Dipenderà molto dagli eventi.

Cosa distingue la migrazione nell'arco alpino da quella di altre regioni?

Dal punto di vista storico le Alpi sono un territorio che nel corso dei secoli ha spinto generazioni di persone ad emigrare perché non era in grado di nutrire tutti. E' anche una regione che ha visto l'esodo di persone dotate di capacità richieste altrove. Questo andare e venire ha fatto nascere processi molto fecondi. Nel corso dell'industrializzazione anche alcune parti delle Alpi divennero regioni di immigrazione. Ma parallelamente, altre regioni sono rimaste aree di esodo fino ad oggi e dipendono dai nuovi arrivi.

Quali sono le differenze regionali nella gestione dell'immigrazione?

La regione del Vorarlberg, ad esempio, ha a tutt'oggi una forte vocazione industriale. Ciò influisce anche sulla mentalità: le questioni relative all'integrazione sono affrontate in maniera molto pragmatica. Gli imprenditori hanno potuto sviluppare una forza peculiare per l'interpretazione di questi processi sociali. Questo segmento dell'economia sa che senza la migrazione non esisterebbe. Ciò non significa certo che questa regione non ha problemi con i processi di integrazione. Chi ha il permesso di costruire qui? Ora vivo forse in un paese di musulmani? Che cosa faccio con organizzazioni islamiche, minareti e moschee? Tutto ciò che è classico per i processi di integrazione – ad esempio l'insorgere di attriti fra i nuovi arrivati e la popolazione residente – succede anche nel Vorarlberg. Ma noi abbiamo una politica che evita di pretendere troppo dalla popolazione e che previene l'insorgere di conflitti.

Due, tre anni fa, all'inizio dell'ultimo grande arrivo di profughi in Austria, facevo da consulente ai sindaci della Carinzia. E mi sono resa conto delle differenze fra loro e i colleghi del Vorarlberg, che hanno decenni di esperienza con questi fenomeni. Esperienza che li aiuta a superare queste difficoltà.

In alcune regioni alpine vi è una forte polarizzazione di Heimat, religione e identità nazionale. Questo dipende forse proprio da questa mancanza di esperienza?

L'immagine della cultura e della civiltà come una «sottile buccia di mela sopra un caos incandescente», parafrasando il filosofo Friedrich Nietzsche, è fondamentalmente corretta per tutte le persone e i gruppi sociali, e quindi anche per tutte le regioni. Portiamo in noi entrambi: l'inferno e il paradiso. Saranno le condizioni di riferimento a stabilire quale delle due prevale. E' una questione di istituzioni, di stabilità, di democrazia e di responsabili. Se i responsabili politici non si occupano dei processi di cambiamento, se non favoriscono una società civile vivace, buone strutture democratiche e se non si occupano delle questioni economiche delle persone, se lasciano che i problemi si incancreniscano, ecco che spalancano le porte a quelle forze che si muovono sul piano dei pregiudizi. Anche a livello didattico è importante ribadire che nessuno ne è immune. Evitiamo perciò di essere troppo compiaciuti! La casa deve essere in ordine.

Che ne pensa dell'affermazione che gli immigrati e i loro figli devono integrarsi bene?

Essendo abbastanza critica in materia linguistica, non apprezzo un'affermazione unilaterale del genere. Se però vi fossero abbinate buone misure di integrazione e ottimi programmi di accoglienza, una tale affermazione non mi creerebbe grandi problemi. Ma conosco persone di seconda o terza generazione che vivono qui e,che hanno una loro azienda di installazioni idrauliche, che parlano il dialetto locale, che giocano nella squadra di calcio e sono membri del consiglio di una qualche associazione legata a una moschea, che non ne possono più di sentire parlare di «integrazione». Perché non appena nasce un dibattito sulla religione, loro si trovano improvvisamente ad essere «gli stranieri». Non possiamo semplicemente aggirare certe dinamiche del comportamento umano. In altri termini, se qualcuno è seduto qui e viene qualcuno di nuovo, lo sforzo maggiore lo dovrà affrontare l'ultimo arrivato. Penso addirittura che sbagliamo se riteniamo che il nuovo arrivato non sia capace di affrontare egli stesso questo sforzo integrativo. Ma sbagliamo anche quando non li lasciamo arrivare mai, quando non offriamo loro nessun aiuto o quando scientemente lasciamo che s'incaglino.

 

Lei spesso parla di «Zweiheimischen», di persone cioè che si sentono a casa in più di un luogo. Quali sfide devono affrontare queste persone?

Se esaminiamo il processo di integrazione, a lungo termine è anche una questione di adattamento: nella formazione, nel mercato del lavoro, nell'abitare. I processi riescono quando non vediamo più grandi differenze fra i gruppi. Ma le cose si complicano a livello emotivo. Che idee abbiamo al riguardo? Pensiamo forse che l'immigrato non abbia più il diritto di interessarsi alla politica del suo paese d'origine? Pensiamo forse che non abbia il diritto di prendere posizione anche emotivamente, una volta trasferito qui? Occorre veramente dimenticare per venire riconosciuti qui? Osservi come si svolgono certi dibattiti. Il cimitero islamico nel Vorarlberg si espande molto lentamente, perché la prima generazione preferisce farsi tumulare nel paese d'origine e solo parte della seconda generazione si farà seppellire qui. Perfino nei commenti dei giornali questo viene interpretato come un rifiuto del Vorarlberg come luogo di appartenenza. Non appena emergono conflitti, le persone – anche quelli della seconda generazione – che si stabiliscono qui ricordano che esiste solo tutto o niente. Questo non rende giustizia ad alcuna identità, men che meno alla struttura identitaria di persone che, come è ovvio, non vogliono certamente rinnegare i loro nonni quando si stabiliscono qui. Questo spiega anche l'importanza di termini quali «Zweiheimischkeit» o «Mehrheimischkeit», questo essere cioè di casa in due o più luoghi.

Lei ribadisce che i conflitti non vanno evitati. Un'integrazione riuscita è forse foriera di più conflitti?

Naturalmente. Nelle società libere e aperte non esistono processi di integrazione senza conflitti. Ci vuole un approccio [Francesca1] diverso al tema del conflitto. Ciò significa diventare più robusti, sopportare di più, ma anche vedere quali sono le condizioni di riferimento. Un sociologo tedesco, Aladin El-Mafaalani, ha formulato la tesi del paradosso dell'integrazione. Questo dice che, quando riesce, l'integrazione porta a maggiori conflitti, perché ora siedono attorno al tavolo nuovi gruppi di persone che pretendono di dire la loro. Alcuni studi dimostrano ad esempio che i conflitti sulla costruzione di moschee danno luogo a cambiamenti a livello del paese e del comune. In seguito il paese può presentarsi diverso, e cioè migliore in relazione alla convivenza fra i suoi abitanti. Matthias Rohe, studioso dell'islam e del diritto delle religioni, già nel 2005 aveva previsto molti degli odierni conflitti in relazione all'integrazione dell'islam come religione. L'integrazione organizzativa di una nuova comunità religiosa riguarda anche leggi e ordinamenti.

L'integrazione degli immigrati è forse più facile in una grande città che in un paesino delle Alpi?

A lungo la politica dell'integrazione è stata pensata solo a livello urbano; ma nel frattempo le cose sono cambiate. Non c'è dubbio che gli spazi piccoli hanno un potenziale incredibile per l'integrazione. In quell'ambiente c'è meno possibilità di ritirarsi, fin dall'inizio c'è più bisogno di contatti – e tutto ciò funge da grande acceleratore dei processi. Sarebbe più facile ritirarsi che aver a che fare con persone che non parlano la propria lingua. La grande città fornisce più occasioni e più spazio per sfuggire.

In una grande città però c'è anche un impressionante numero di possibilità per camminare per la propria strada con quello che l'immigrato ha portato con sé. Offre quindi un numero molto maggiore di occasioni. Ed ha dei vantaggi organizzativi. Provi ad organizzare un corso di lingua in una zona rurale dove in ogni comune vivono forse tre persone con un background di immigrazione e dove non esiste una buona rete di trasporti pubblici! Entrambi gli spazi hanno dei potenziali, con vantaggi e svantaggi.

 

Michael Gams, (intervista) e Caroline Begle (foto), Dornbirn/A

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