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«Dobbiamo prendere in mano la produzione delle immagini»

18/09/2017
Noi crediamo in ciò che vediamo. La storica dell’ambiente Verena Winiwarter ritiene che il mondo immaginario delle Alpi non rappresenti la realtà, ma sia costruito in base a caratteristiche tipiche che spesso nascondono interessi economici.
Verena Winiwarter esplora l'interazione tra le cartoline idilliache e la realtà del turismo. © Lukas Schiemer
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Verena Winiwarter esplora l'interazione tra le cartoline idilliache e la realtà del turismo. © Lukas Schiemer

Signora Winiwarter, un luogo come diventa attrazione?
Qualcuno afferma che un luogo interessante da vedere è il frutto del vissuto delle persone. Il tutto è riducibile ad alcune differenze: noi produciamo attrazioni attribuendo a questo frammento di paesaggio più qualità positive di un altro. Troviamo questi artefici delle attrazioni alpine già fra i viaggiatori inglesi del XVIII secolo. Loro frequentavano luoghi dotati di infrastrutture adeguate, dove c’era qualcosa di particolare da scoprire. L’attrazione è sempre qualcosa di unico. Considerare qualcosa un’attrazione o meno è una scelta culturale che cambia nel tempo. E poi ci sono i processi di costruzione: gli imprenditori che agiscono nell’ambito del turismo, ad esempio, creano attrazioni. Impongono delle unicità per commercializzarle di conseguenza.

E’ lo sguardo esterno a definire l’attrazione, oppure può venire anche dall’interno?
La percezione sensoriale dominante del vedere viene spesso dall’esterno; è una forma di percezione per chi gira, per chi viaggia, per il turista. Le questioni che occupano gli abitanti delle Alpi sono diverse: il sentiero è protetto dalle valanghe, l’alpeggio è produttivo, le vacche rischiano di ferirsi, il meteo è favorevole? Apprezzano il territorio dalla prospettiva di chi ci vive, di chi per tutto l’anno deve vivere e lavorare con il paesaggio.

Quali sono le attrazioni tipiche delle Alpi?
Se io digito «Alpi» in un motore di ricerca ottengo tutto ciò che è tipico per questa catena di montagne nelle prime 15 immagini. Esistono due modalità percettive. La prima è quella della neve, le Alpi in inverno – fra le prime 15 immagini ve ne è una con una seggiovia. Quello che affascina me sono queste immagini di conquista da parte dell’uomo: tracce di sci e di scarponi nella neve fresca. E poi c’è l’immagine estiva delle Alpi: escursionisti, ciclisti, fiori alpini. Io parlo del tricolore alpino: stella alpina, rododendro, genziana. E quando i fiori non ci sono, vengono montati ad arte. A un certo punto queste immagini sono completamente staccate dal luogo. Proprio queste immagini dei fiori sono presenti sulle cartoline postali di Schladming, Fieberbrunn o Absam. L’attrazione quindi è costituita da un lato dall’unicità e dall’altro dalla tipologia ideale.

Come vengono trasmesse agli ospiti queste attrazioni?
Esistono diversi mondi immaginari turistici: il mondo immaginario della cartolina postale, quello della brochure – si tratta di icone onnipresenti. Perfino sullo skipass, nel dépliant di ogni pensione o sulla cartina stradale del luogo c’è un’immagine delle Alpi. Tutti questi stampati e anche la pubblicità turistica in internet seguono lo stesso schema: l’immagine che s’impone caratterizza la percezione di molte persone e si riflette su coloro che producono le immagini. A un certo punto perfino i fotografi riescono a fotografare le Alpi solo come le Alpi vanno fotografate, perché rischiano di non vendere più i loro scatti. Nell’ambito della grafica degli oggetti d’uso, i produttori di immagini sono costretti ad adattarsi al gusto prestabilito e a recitare un mondo immaginario sempre identico e completamente standardizzato.

L’immagine quindi è sempre creata secondo la stessa logica?
Sì, nel turismo è così. Naturalmente ci sono anche altre immagini delle Alpi, come ad esempio nell’arte o a livello scientifico. Perfino chi fa ricerca nell’ambito del paesaggio culturale è schiavo delle immagini turistiche dominanti. Anche nella topografia sociale, laddove si riproducono le persone, le immagini sono costruite secondo caratteristiche precise: si osserva la popolazione rurale autoctona nel suo habitat; e la gente si mette in costume davanti a case, chiesette, montagne tipiche. Tutto ciò si riflette su coloro che sono oggetto di queste immagini. Le persone in questi luoghi percepiscono ciò che viene loro proposto dalla produzione immaginaria turistica come parte della propria identità.
Diversa è l’immagine delle Alpi sulla stampa locale: qui viene raffigurato ciò che veramente conta per la gente; e si tratta piuttosto della nuova sede dei vigili del fuoco, o dello sbarramento antivalanghe. Conta cioè quello che è importante giorno per giorno.

In che misura la percezione delle Alpi influisce sull’immagine che i suoi abitanti hanno di se stessi?
Nel corso della mia ricerca sulle cartoline postali, in estate il mio collega è andato nell’osteria di Sankt Aegyd am Neuwalde e ha chiesto all’ostessa che vendeva anche cartoline postali se non ci fossero cartoline estive. La sua risposta: «Da noi è bello solo in inverno». E’ questa una forma di straniamento rispetto al proprio territorio che io faccio risalire al fatto che la gente percepisce «bello» il paesaggio solo se è economicamente valorizzato. Per puntare ad uno sviluppo sostenibile delle Alpi è necessario anche cambiare l’immagine. Fino a quando però è il solo turismo a definire la bellezza, le persone saranno sempre influenzate da questa percezione esterna.

Cos’è cambiato nel tempo nei soggetti tipici?
Non molto. Già le cartoline postali degli anni Venti mettono in scena lo sguardo dominante sulle Alpi dall’alto, icone che esistono fino ad oggi. Già allora esistevano le cartoline ironiche che si allontanano dal luogo. Oggi si vendono cartoline con un’immagine satellitare della terra con una freccia indicante «Kitzbühel». Questa virtualizzazione dell’immagine è resa possibile perché la cartolina non viene più spedita a casa per poi far parte della documentazione di viaggio; le foto ormai chiunque le faper conto proprio. Il grande cambiamento è rappresentato dai mondi immaginari più specificatamente rivolti ai vari target. Una produzione sempre maggiore di immagini si è ormai molto differenziata.
D’altro canto in passato esisteva una produzione autoctona di immagini. Le immagini venivano scattate da persone che abitavano il territorio. Un fotografo del Bregenzerwald creava, stampava e vendeva le cartoline sul posto. Oggi gli autori di queste immagini sono le case editrici. Forse il cambiamento è rappresentato da un’astrazione ancora maggiore del luogo.

Ci sono destinazioni che tentano di comunicare un’immagine più autentica delle Alpi, ad esempio le riserve di biosfera o i parchi naturali. Riescono nel loro intento?
La logica economica di commercializzazione di un parco lo costringe in definitiva a formulare anche un’offerta turistica. Un offerta del tipo «Stia lontano e lasci in pace la natura» non permette di finanziare un parco naturale. Occorre fare entrare la gente, anche per motivi didattici. Io ho osservato che anche i parchi naturali soccombono e si sottomettono a questo immaginario collettivo turistico dominante che prescrive 16come una buona parte delle Alpi si debba presentare.
Una certa pressione è esercitata anche dal mondo del cinema e della televisione. I parchi naturali sono sempre più sotto pressione e puntano al turismo d’avventura? Un evento deve esserci per forza, anche se non si muove una foglia. Forse si incontra un orso. O se l’incontro con l’orso resta una chimera, il guardiaparco deve almeno essere in grado di far vedere le feci dell’orso e dire: «Qui è passato l’orso!» In realtà i parchi dovrebbero indurre la gente a meravigliarsi delle piccole cose.

Nei paesi alpini esistono differenze a livello di comunicazione del paesaggio alpino?
Decisamente. Le alpi svizzere sono piene di mucche e di corni alpini. Gli svizzeri hanno molti Cantoni con molti stemmi ed esiste un segnale di accessibilità, ossia i treni alpini. Sono molte le cartoline postali con il treno in primo piano. Le Alpi austriache sono piene di fiorellini, poche mucche, qualche pecora, sono prive di ferrovie, ma qualche volta ci sono strade di montagna. L’Italia fa una certa concessione all’urbanità delle Alpi: ci sono laghi con le rive, città con passeggiate e palme, e dietro le montagne. Si sviluppano certi modelli regionali che sono dominanti rispetto ad altri.
Come si configurerebbe una comunicazione più onesta?
Il sistema sociale che tratta queste immagini non prevede il requisito dell’onestà. Le cartoline postali sono ritoccate e tutti lo sanno. Passando due settimane a Schladming, le condizioni meteo non saranno sempre quelle della cartolina. Il consumatore non ne è sorpreso. L’abbiamo accettato. Occorre invece riformulare la domanda: possiamo produrre immagini per un altro scopo che non sia quello di accelerare ulteriormente il potenziamento dell’infrastruttura alpina e la colonizzazione delle Alpi?
E’ difficile cambiare le preferenze estetiche. Io tenterei di mettere la gente in condizione di farsi la propria immagine. Nelle località turistiche, ad esempio, organizzerei dei concorsi per foto di turisti che vengono valutate dalla popolazione locale e per foto di locali valutate dai turisti. In questo modo potremmo dare spazio anche all’immagine della popolazione locale. Io mi assumo la responsabilità del paesaggio, ammesso che non sia qualcosa che io consumo, ma che io stesso produco. Si può mettere in moto un processo di autoriflessione. Impossessatevi della produzione di immagini e non fotografando con il cellulare quello che è tipico, ma fotografando ciò che è importante per voi. Può trattarsi di un pino mugo ingobbito che segna il punto del sentiero di particolare interesse per voi. Se vogliamo alternative rispetti ai parchi tematici outdoor simili a Disneyland abbiamo bisogno di immagini diverse, più rispettose. Siamo noi stessi a doverci occupare della produzione di immagini.                                                                   

Intervista di Bettina Hug,
foto di Lukas Schiemer, Vienna/A

Storica ambientale dalla vista lunga
Verena Winiwarter, nativa di Vienna, è la «Scienziata dell’anno 2013» austriaca ed è docente all’Università Alpen-Adria di Klagenfurt. Il suo contributo è stato determinante per creare le basi scientifiche della storia ambientale in Austria. Si è fatta un nome con la ricerca sulle cartoline postali delle Alpi. Oltre a ciò è impegnata a divulgare la storia ambientale al di fuori del mondo scientifico. Ha sviluppato materiali didattici tematici per le scuole professionali superiori nel settore tecnico, commerciale ed artistico.

www.umweltgeschichte.uni-klu.ac.at (de, en)

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