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Le rovine di Torino 2006

Olympische Spiele Turin

Olympische Spiele Turin © CIPRA Italien Francesco Pastorellli

I territori montani pagano lo scotto dei Giochi olimpici invernali - I Giochi olimpici invernali portano alle regioni che li ospitano fama e risorse. Per due settimane. Alla fine però restano infrastrutture sovradimensionate, debiti e «letti freddi». Uno sguardo su Torino quattro anni dopo la conclusione della ventesima edizione delle Olimpiadi invernali.
Nel febbraio del 2006 gli occhi di mezzo mondo erano puntati su Torino: il capoluogo piemontese è stato infatti sede della ventesima edizione dei Giochi olimpici invernali. La gran parte delle gare si sono svolte però in località di montagna piuttosto lontane dalla città. Per i sostenitori e gli organizzatori, le Olimpiadi dovevano essere l’occasione per rivoltare completamenteun sistema turistico, quello delle località montane piemontesi, alquanto inefficace, basato sulle seconde case e sul pendolarismo del fine settimana. Si dovevano creare posti letto alberghieri, rilanciare sull’onda del grande evento un turismo di qualità, distribuito in periodi più lunghi e non solo in pochi picchi stagionali. Si diceva anche che, sul lungo periodo, perfino le aree montane periferiche non direttamente interessate dai giochi avrebbero potuto trarre dei vantaggi dall’evento. Oggi, quattro anni dopo, nelle Valli intorno a Torino il disincanto rispetto a queste promesse ha preso il sopravvento. A guardar bene, sembra non sia cambiato nulla: serpentoni di auto nei fine settimana, villaggi olimpici trasformati in residence, tutto esaurito a cavallo di capodanno, ma per il resto dell’anno la montagna torinese è lasciata a sé stessa, con le sue catte-drali olimpiche e i rispettivi costi da sostenere.

Fabbrica di debiti o smantellamento?
Quando si parla di grande manifestazione sportiva (e di tutto ciò che la accompagna, prima, durante e dopo) occorre fare una distinzione tra quello che accade in un grosso centro come Torino e ciò che accade in zone montane periferiche. La «capacità di sopportazione» di un grande evento sportivo da parte di una grande città è infatti molto differente rispetto a quella di un piccolo centro. La cosa diventa evidente se si osservano gli impianti sportivi realizzati per disputare le gare olimpiche. Tutte le nuove infrastrutture realizzate nella città di Torino per ospitare le competizioni degli sport su ghiaccio hanno potuto essere riconvertite in modo da poter ospitare altri eventi sportivi, ma anche musicali e culturali. E in questo modo la loro gestione post-olimpica consente di non essere deficitariaproprio perché situate in un’area metropolitana con un vasto bacino di pubblico. La stessa cosa, però, non si può dire delle infrastrutture realizzate nelle zone di montagna. Terminato l’evento olimpico, gli impianti costruiti nelle località di montagna, come quello per le gare di salto con gli sci o quello che ha ospitato le gare di bob (discipline che in Italia, e nelle Alpi occidentali in particolare, non hanno alcuna tradizione e contano pochissimi praticanti) sono stati riutilizzati solo in rare occasioni o addirittura abbandonati all’incuria. A causa dei costi di gestione proibitivi, a cui i comuni montati competenti non riescono a far fronte, sono stati più volte prossimi a essere smantellati, ma poi salvati in extremis grazie alle sovvenzioni pubbliche. Questi fatti costituiscono il lato meno nobile dell’evento olimpico.

Milioni buttati al vento
La realizzazione di queste strutture è costata milioni e le spese con questo non sono certo finite: 35 milioni di euro sono stati investiti nei trampolini per il salto e oltre 60 milioni nella pista da bob e slittino. Per mantenerli in funzione però ci vogliono ogni anno rispettivamente 1,6 e 2,2 milioni di euro e l’impatto ambientale è tutt’altro che trascurabile. Anche per gli stadi del ghiaccio di Torre Pellice e di Pinerolo – due cittadine all’imboccodelle valli – la gestione post-olimpica è tutt’altro che redditizia. E che dire dello stadio che ospita il poligono di tiro del biathlon? Costato altri 25 milioni giace durante l’inverno sommerso dalla neve. La stessa pista di fondo olimpica, per la quale furono investiti oltre 20 milioni di euro, è stata declassata a banale pista turistica, non ospitando da tempo nessuna gara ufficiale.
Certo, la viabilità del territorio montano delle Valli Susa e Chisone, che insieme a Torino hanno ospitato le gare, ha ottenuto dei miglioramenti notevoli, ma erano comunque degli interventi strettamente necessari e non può certo essere un vanto aver dovuto attendere le Olimpiadi per realizzarli. E nonostante ciò, non si può certo dire che il sistema del trasportopubblico locale nelle valli sia migliorato. Oggi, a quattro anni di distanza, raggiungere con mezzi di trasporto pubblico le località montane delle Valli Susa e Chisone continua a essere un’ autentica impresa. Eppure nelle due settimane dei Giochi è stato dimostrato che un efficiente sistema di trasporto pubblicopuò funzionare anche in montagna. Ma con i grandi eventi, si sa, tutto è destinato a funzionare per lo stretto necessario. Una volta calato il sipario, spente le TV, andati via atleti e giornalisti, tutto torna come prima e poco importa che sia stato sconvoltoun territorio e siano stati buttati al vento centinaia di milioni di euro.

Origine: Alpinscena n. 94 (www.cipra.org/it/alpmedia/pubblicazioni/4542)
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