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La natura alpina – prodotto della Storia

Le Alpi sono una delle ultime oasi di natura incontaminata? Molte valli alpine sono urbanizzate e ben lungi dall’immagine idilliaca che ne hanno i turisti. © Frank Schultze/Zeitenspiegel

Al viaggiatore o al turista provenienti dalle grandi città o dalle pianure urbanizzate, le Alpi appaiono come uno degli ultimi baluardi di una natura preservata. Questa impressione è rafforzata dalla presenza di numerose aree «protette» sul piano legale che segnalano e rendono popolare l’eccezionalità della natura alpina.
È vero che è minore la densità di popolazione e che le forme della natura sono evidenti: vette slanciate, valli profonde, nevi invernali, ghiacciai e foreste impongono la loro massiccia presenza a chi viene dalla pianura. In pochi chilometri, si passa da un paesaggio mediterraneo tipico ad alpeggi in cui si trovano piante subartiche e animali originali e spettacolari, come il camoscio e la marmotta. Fare una scalata significa dunque passare da un mondo civilizzato a una natura in qualche modo esotica ed è con questo stato d'animo che i primi scienziati, nel XVIII secolo, si sono lanciati all'assalto della montagna, per osservare e raccogliere erbe. Erano convinti di esplorare un mondo arcaico, vicino alle origini, un'idea di natura ancora vergine, testimone di un mondo scomparso che ancor oggi continua a determinare il nostro modo di percepire le Alpi.

Le azioni dell'uomo
Tuttavia, dalla fine delle glaciazioni quaternarie, compresa tra 14.000 e 10.000 anni fa, i cacciatori raccoglitori accompagnano la riconquista da parte della vegetazione delle terre liberate dai ghiacci, presto seguiti dai primi pastori del neolitico che spingevano le loro greggi di capre e montoni verso i prati alpini, tanto che si è potuto dimostrare che numerosi alpeggi sono stati utilizzati in epoche molto antiche. Alcuni botanici ritengono addirittura che il limite superiore della vegetazione arborea piuttosto basso nelle Alpi del Sud della Francia sia una particolarità dovuta presumibilmente a una presenza particolarmente precoce di greggi di piccoli capi che avrebbero impedito il proliferare delle foreste. Sino al Medioevo, sembra che i bovini fossero più rari, in quanto più difficili da nutrire d'inverno e soggetti a cicli riproduttivi meno rapidi, senza contare il fatto che erano molto più piccoli e magri di quelli che possiamo ammirare oggi…
La presenza umana non ha mai smesso di intensificarsi con il progresso tecnologico, portato dalla lavorazione del bronzo e poi del ferro. La pressione demografica, il bisogno di nutrirsi, riscaldarsi e ripararsi hanno provocato uno sfruttamento sempre più intenso delle risorse, offerte dall'ambiente alpino. Questa forte presenza umana ha pesato costantemente sulla natura alpina.
Così, le foreste sono state sempre sfruttate, per ottenere legna per il riscaldamento e la cottura degli alimenti, per l'edilizia locale o i boschi adibiti a pascolo, ma anche per la legna esportata in pianura per le costruzioni civili o navali. Le foreste supersfruttate o "mantenute" sotto la tutela delle amministrazioni non assomigliano per niente a ciò che sarebbero come foreste naturali. Sono state infatti privilegiate alcune specie, come l'abete rosso (picea excelsa), mentre le piante resinose sono state sempre tagliate quando raggiungevano l'età adulta, senza che venissero mai lasciate invecchiare. Il bosco ceduo è la forma più comune di sfruttamento della legna da riscaldamento: per abbatterli con l'accetta e trasportarli con gli animali conveniva avere alberi di piccola taglia, quindi giovani. Le foreste alpine, così come le vediamo ai giorni nostri, sono quindi il frutto di una lunga storia.
La pressione demografica, in un primo tempo, ha anche generato un'intensificazione delle colture. Sin dal neolitico, i cereali costituiscono la base per l'alimentazione delle popolazioni alpine e, alle altitudini elevate, i terreni migliori erano riservati alla coltivazione di farro, grano, orzo, segale. Così, grazie a campi molto piccoli, coltivati con accanimento, si poteva mantenere una popolazione numerosa. Verso il 1850, i villaggi di tutto l'arco alpino conoscono la massima espansione demografica, grazie alla coltura dei cereali e da poco anche della patata. Poi, con l'emigrazione, le terre si liberano, l'allevamento bovino progredisce, i prati falciati sostituiscono i campi coltivati. Le fotografie testimoniano la grande trasformazione che i villaggi hanno subito dagli anni 50. Quei paesini circondati da prati verdeggianti, che oggi ci appaiono immutabili, sono di fatto molto recenti.
La pressione demografica, in un primo tempo, ha anche generato un'intensificazione delle colture. Sin dal neolitico, i cereali costituiscono la base per l'alimentazione delle popolazioni alpine e, alle altitudini elevate, i terreni migliori erano riservati alla coltivazione di farro, grano, orzo, segale. Così, grazie a campi molto piccoli, coltivati con accanimento, si poteva mantenere una popolazione numerosa. Verso il 1850, i villaggi di tutto l'arco alpino conoscono la massima espansione demografica, grazie alla coltura dei cereali e da poco anche della patata. Poi, con l'emigrazione, le terre si liberano, l'allevamento bovino progredisce, i prati falciati sostituiscono i campi coltivati. Le fotografie testimoniano la grande trasformazione che i villaggi hanno subito dagli anni 50. Quei paesini circondati da prati verdeggianti, che oggi ci appaiono immutabili, sono di fatto molto recenti.
La fine della pressione demografica, l'abbondanza di prati, talvolta persino l'abbandono dell'agricoltura, la riconquista di numerosi pendii da parte di boschi e foreste hanno portato allo sviluppo (spesso aiutato dalle rinunce dei cacciatori) di una fauna sino ad allora poco presente nelle Alpi. Cervi, caprioli, cinghiali ormai abbondano, facendo ritornare i loro predatori: linci e lupi. La diminuzione della manodopera e la meccanizzazione hanno indotto un'altra grande trasformazione, cioè l'abbandono dei pendii più ripidi. Nelle Alpi piemontesi, le terrazze sono oggi abbandonate, ma questi terreni sono molto ricchi di specie animali e vegetali e presentano una notevole biodiversità, almeno per il momento!

Natura incontaminata immaginaria
Davanti ai paesaggi che si considerano i più naturali delle Alpi, si commettono generalmente due errori. Il primo è quello di ritenere che gli uomini siano arrivati su spazi vergini, che li abbiano colonizzati e addirittura guastati, lasciandoci di questi paesaggi nient'altro che resti più o meno integri, l'equivalente di capolavori, di monumenti più o meno in rovina che avrebbero una funzione di richiamo. In effetti invece gli uomini sono arrivati con la flora e la fauna che colonizzavano le terre liberate dai ghiacci e il paesaggio è anche frutto della costante azione dell'uomo. Il secondo consiste nel pensare che la pressione della modernità sia continua e tenda ad accelerare. Essa di fatto è ineguale. Alcuni settori sono molto urbanizzati, soprattutto nelle basse vallate, e creano dei corridoi che separano i massicci, isolando talune popolazioni animali o vegetali. Altri settori, nel corso di qualche decennio, hanno perso la parte essenziale della presenza e dell'azione umana. L'evoluzione di queste zone abbandonate dall'agricoltura e dallo sfruttamento delle foreste è molto interessante: si crea una nuova dinamica, senza che si possa prevedere il momento in cui si raggiungerà un equilibrio.
Ma le Alpi non si evolvono solo in funzione dell'attività economica, cioè di industrializzazione, urbanizzazione, calo dell'agricoltura. L'aspetto più originale e più marcato che altrove in Europa è il fatto che le Alpi sono ciò che si potrebbe chiamare un oggetto del desiderio, cosa non priva di conseguenze.
Il primo desiderio è senz'altro quello turistico: vedere e soggiornare. Per lungo tempo il grosso dei turisti si è concentrato nelle stazioni di soggiorno, per ragioni sportive (alpinismo) o climatiche (aria buona, case di cura), esercitando un impatto sulle Alpi piuttosto modesto. Tuttavia, con gli sport invernali, la situazione è del tutto cambiata: le presenze invernali sono diventate massicce e le conseguenze sono ben note. L'urbanizzazione ha raggiunto gli alpeggi, con danni ecologici rilevanti. Inoltre, alcune pratiche sportive devono essere regolamentate, per evitare effetti danno- si sulla fauna (disturbo) e anche sulla flora. Gli sport meccanici sono evidentemente i più aggressivi, ma talune pratiche come lo sci o le escursioni con le ciaspole provocano danni a livello locale.

L'estetizzazione del paesaggio
Comunque, in tal caso, si tratta di forme abbastanza classiche di modifiche o addirittura di distruzioni ambientali. L'azione della nostra società sa però essere più subdola e ambigua, quando fa corrispondere i luoghi e i paesaggi a un ideale costruito storicamente. Esistono dunque, nei vari paesi dell'arco alpino, dei piani paesaggistici e delle disposizioni architettoniche che mirano a mantenere un'estetica, la quale tuttavia è stata fissata, spesso nel XIX secolo, dalla pittura e dalla fotografia. È un prodotto di ciò che possiamo chiamare storia delle sensibilità, è quindi una storia culturale. Questi interventi di conservazione estetica sono interessanti se si basano, con lucidità, su un'ottima conoscenza delle evoluzioni dei "paesaggi culturali" mentre sono discutibili se tentano di riprodurre una montagna immaginaria. Si assiste ormai a una banalizzazione generalizzata, chiamata "disneylandizzazione " delle Alpi che consiste nel selezionare e ripetere elementi ritenuti tipici e commercialmente redditizi.
Allo stesso modo ci si può interrogare sulla relazione tra i paesaggi naturali e le politiche di salvaguardia di fauna, flora e ambienti naturali. Nelle Alpi, sono state selezionate delle aree protette, soprattutto in alta montagna, dove si trovavano gli animali e le piante più originali, abbandonando la media montagna e soprattutto le grandi valli intralpine, oggi prossime alla totale urbanizzazione. La politica di protezione consiste spesso nel presupporre uno stato d'equilibrio, un'autoregolamentazione delle specie, il che non è sempre vero, poiché alcune specie possono diventare invadenti, altre possono insediarsi, altre ancora regredire. Persino le aree protette hanno le loro dinamiche. In alcune esistono anche pratiche di "gestione" tramite la caccia (regolazione) o lavori di tipo agricolo, che ci rimandano al nostro ideale di natura alpina.
Nel territorio europeo, le Alpi hanno ottenuto dal XVIII secolo lo status di regione ammirevole e strana, dove la natura sembrava più presente e più autentica che altrove. Tuttavia, la presenza e l'azione dell'uomo sono state costanti sin dal ritiro dei ghiacciai. Anche l'interesse odierno delle nostre società per le Alpi, nel quale il turismo gioca un ruolo essenziale, influisce decisamente sull'evoluzione della natura alpina.
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