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La crescita divora i progressi nell'efficienza

Rauch

Mal comune mezzo gaudio? Anche la regiona alpina è co-responsabile per il cambiamento climatico globale. © Claudia Pfister / CIPRA International

Il mondo soffre delle conseguenze dei cambiamenti climatici, una sofferenza che può essere lenita dall’efficienza energetica. Eppure gli effetti di questa medicina sono spesso neutralizzati dalla crescita dei consumi. Quindi, occorre maggiore sufficienza, ovvero sobrietà, il che a sua volta significa liberare l’economia dalla sua coazione alla crescita.
I cambiamenti climatici sono un problema globale, determinato dalla quantità di gas dannosi per il clima immessi nell’atmosfera in tutto il mondo e dalla conseguente intensificazione dell’effetto serra. Il maggior peso, con una percentuale intorno all’80%, è attribuibile alla CO2 (anidride carbonica) che deriva dalla combustione delle fonti energetiche contenenti carbonio, come il carbone, il petrolio e il metano. Il problema del clima dipende quindi strettamente dall’aumento mondiale dei consumi di carbone, petrolio o metano, tre fonti energetiche che a loro volta incidono per circa l’80% sul consumo energetico mondiale complessivo.

Quota alpina delle emissioni di gas dannosi per il clima
Le Alpi sono parte di questo mondo globale, seppure una piccola parte. Non si può quantificare esattamente la corresponsabilità della regione alpina per i cambiamenti climatici globali, poiché non esistono statistiche che misurino la quantità di gas emessi nell'arco alpino oppure – cosa non identica – provocata dagli abitanti delle Alpi.
Comunque, si può stimare a grandi linee la quota alpina sulle emissioni globali di CO2 e quindi sulla parte principale dei gas dannosi per il clima, supponendo che i 13,6 milioni di persone che vivono nelle Alpi causino tante emissioni di CO2 quanto i restanti abitanti dei rispettivi Stati alpini. Da questo calcolo risulta che la popolazione alpina incide solo per lo 0,4% sulle emissioni mondiali di CO2. Tuttavia, i 13,6 milioni di abitanti delle Alpi sono solo lo 0,2% percento della popolazione mondiale, il che significa che un abitante delle Alpi genera il doppio di emissioni di CO2 di una persona nella media mondiale.
Questo dimostra quindi che, in termini assoluti, le Alpi contribuiscono poco ai cambiamenti climatici, ma in termini relativi in misura superiore alla media.
D’altro canto, i cambiamenti climatici riguardano le Alpi in misura sproporzionata. Nell’arco alpino, le temperature medie sono aumentate molto più che nella media mondiale. Questo surriscaldamento favorisce la scomparsa dei ghiacciai, sposta verso l’alto il limite della neve e del permafrost, intensifica le perturbazioni estreme, come le forti precipitazioni, le bufere, ecc. che a loro volta provocano inondazioni, valanghe di fango o cadute di rocce.
Per depotenziare il problema del clima occorrono cambiamenti economici e politici. Tuttavia, le regioni situate nelle Alpi, malgrado la Convenzione delle Alpi e il Protocollo Energia, hanno una scarsa influenza sulle politiche climatiche, poiché la politica è fatta principalmente dagli Stati nazionali.

La situazione negli Stati alpini
Qual è dunque la situazione negli Stati nazionali, in cui si trovano le Alpi e che hanno sottoscritto la Convenzione delle Alpi, insomma Germania, Francia, Italia, Liechtenstein, Monaco, Austria, Svizzera e Slovenia?
I valori di questi Stati nel loro complesso sono meglio supportati da statistiche di quanto non avvenga nelle regioni alpine e si muovono su cifre prima della virgola. Concretamente: gli Stati alpini della Convenzione delle Alpi partecipano con una quota di circa il 7,0% alle emissioni globali di CO2. Quindi, le loro emissioni pro capite di CO2 sono ancora una volta il doppio della media mondiale.

Tutti gli Stati alpini hanno firmato il Protocollo Energia della Convenzione delle Alpi e anche il Protocollo di Kyoto sulla difesa del clima, benché il Principato di Monaco (come gli Stati Uniti e l’Australia) non abbia ratificato il Protocollo di Kyoto e quindi non è tenuto ad attenervisi. All'articolo 1 del Protocollo Energia, le Parti contraenti si impegnano «a creare condizioni quadro e ad adottare misure concrete in materia di risparmio energetico, produzione, trasporto, distribuzione e utilizzo dell'energia nell'ambito territoriale di applicazione della Convenzione delle Alpi atte a realizzare una situazione energetica di sviluppo sostenibile, compatibile con i limiti specifici di tolleranza del territorio alpino; così facendo, le Parti contraenti forniranno un importante contributo alla protezione della popolazione e dell’ambiente, alla salvaguardia delle risorse e del clima.» Il Protocollo Energia non prevede dunque alcuna prescrizione quantitativa.
Un po’ meno vago è il Protocollo di Kyoto, nell’ambito del quale tutti gli Stati alpini eccetto Monaco si impegnano a ridurre le proprie emissioni di gas dannosi per il clima, nella fattispecie in media dell'8%, negli anni dal 2008 al 2012, rispetto al livello del 1990. Per quanto concerne la distribuzione degli oneri, Germania e Austria si sono dichiarate disponibili a ridurre le proprie emissioni di più dell'8%, attenuando così l'impegno di altri Stati, tra cui Francia e Italia.
Per quanto concerne l’obiettivo medio di riduzione dell’8% rispetto al 1990, sino al 2006 i singoli Stati sono avanzati in modo diverso tra loro.
La Germania ha già ridotto del 18% i propri gas dannosi per il clima rispetto al 1990 e ha quindi raggiunto l’obiettivo di Kyoto anticipatamente, «aiutata» in questo dal crollo economico della Germania est, che ha ridotto massicciamente il carico di CO2 rispetto al 1990, ma anche dalla sostituzione del carbone nella produzione di energia elettrica con il metano contenente meno carbonio e con l’energia eolica.
In Francia, a oggi la riduzione è dell’1,0% e in Slovenia dello 0,8%. In questi due Stati il livello, pur essendo inferiore al 1990, è ancora ben lontano dall’obiettivo di Kyoto.
I risultati provenienti da Svizzera, Liechtenstein, Italia e Austria rispecchiano invece un andamento negativo della politica climatica. Dal 1990, la Svizzera ha aumentato le emissioni di gas nocivi per il clima dell’1%, il Liechtenstein del 6%, l’Italia dell’11% e l’Austria del 16%. I quattro Stati con la percentuale più alta di popolazione e superficie alpina oggi quindi scaricano nell’aria ancora più gas che nel 1990 e, come indicano le previsioni, mancheranno nettamente l’obiettivo di Kyoto.
I principali esperti di clima sostengono tuttavia che il Protocollo di Kyoto non è affatto sufficiente a frenare sostanzialmente i cambiamenti climatici. Eppure, come abbiamo mostrato sopra, gli Stati che hanno firmato la Convenzione delle Alpi non raggiungono nemmeno questo modesto obiettivo, salvo l’eccezione costituita dalla speciale situazione della Germania. Perché questo deludente risultato?

La crescita batte l'efficienza
Non si può affermare che gli Stati europei e in particolare gli Stati alpini non abbiano fatto nulla per abbassare le emissioni di CO2. Nella maggior parte dei Paesi, oggi si costruiscono case che consumano meno energia per metro quadro delle case degli anni 60. I motori delle auto sono diventati più efficienti. Le energie rinnovabili, come il legno e l’energia eolica, sono maggiormente utilizzate in sostituzione di carbone e petrolio. Soprattutto la Germania e l’Austria hanno fortemente incentivato l’utilizzo dell’energia eolica e l’Austria anche l’impiego del legno.
Eppure più intensamente di questi incrementi di efficienza è cresciuta la quantità in termini di maggiore superficie abitativa e di numero e cilindrata delle auto. Anche la restante produzione e gli ulteriori consumi di merci, servizi e viaggi sono aumentati (benché il Protocollo di Kyoto sia stato così indulgente da escludere la considerevole quantità di gas provocati dagli aerei). Ciò significa che la crescita dell’economia, sulla base del prodotto interno lordo (PIL), e la crescita dei consumi hanno superato l’aumento di efficienza.
Pertanto, il Paese alpino con il maggiore incremento di gas nocivi per il clima, cioè l'Austria, ha registrato rispetto al 1990 anche la maggior crescita economica, seguito dalla Francia. La minore crescita economica dal 1990 è stata registrata da Svizzera, Italia e Germania.
In questa situazione ci sono due possibilità: o aumentiamo l’efficienza energetica molto più di quanto abbiamo fatto sinora o riduciamo la crescita dell’economia e dei consumi. La seconda alternativa richiede sufficienza, cioè un cambiamento del nostro comportamento, nel senso di una maggiore sobrietà.
Efficienza e sobrietà sono quindi i requisiti essenziali per proteggere non solo il clima, ma anche l’ambiente nel suo complesso. Tuttavia, è più facile a dirsi che a farsi, perché anche i più intensi incrementi d’efficienza in qualche momento si scontrano con limiti fisici. E la sobrietà che induce una riduzione dei consumi non è compatibile con il sistema economico esistente e anche sul piano politico è poco proponibile alla maggioranza, in quanto tutti i governi sognano una «crescita economica costante e duratura» e difficilmente si entusiasmo per un tasso di riduzione costante e duraturo. Ancora più difficile appare l’attuazione di una strategia di sufficienza in Paesi per lungo tempo economicamente isolati che ora vorrebbero legittimamente recuperare il tempo perduto.

Lezioni locali per una svolta globale
La conclusione non può che essere disincantata. L’incidenza delle Alpi si muove su cifre dopo la virgola ed è quindi inferiore all'1%. La difesa del clima nelle Alpi non porta dunque molto lontano nel mondo.
L’andamento globale va nella direzione sbagliata, se persino negli Stati apparentemente evoluti e coscienti dei problemi del clima, che hanno sottoscritto la Convenzione delle Alpi con il Protocollo Energia e il Protocollo di Kyoto, il consumo di energia e anche le emissioni di gas nocivi per il clima, anziché diminuire, aumentano.
Causa principale è la crescita dell’economia e dei consumi di merci e servizi che richiedono molta energia, una crescita che sinora ha superato l’aumento dell’efficienza energetica e ambientale.
Contro le strategie di crescita, perseguite da tutti gli Stati, al momento non si può fare nulla sul piano politico.
Tuttavia, da questa analisi globale piuttosto disillusa sarebbe sbagliato desumere che un intervento locale sarebbe insensato, poiché, per ottenere un’inversione di tendenza a livello globale, occorrono buoni esempi e lezioni locali. Aggiungiamo: chi fa prevenzione a livello locale non influisce sui cambiamenti climatici, ma almeno è meglio attrezzato per affrontare gli effetti negativi che comporta una penuria di risorse naturali, che siano il petrolio, l'acqua o i terreni fertili.
Da questo punto di vista, i progetti locali di difesa del clima, nelle Alpi, nella savana o nelle metropoli, sono certamente sensati e importanti.
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